[è un pezzetto di carta scribacchiato - Marshall ha la tipica calligrafia indecifrabile da medico - infilato sotto la porta di Moloko, ripiegato in due e col suo nome sopra. Si dev'essere fidato della tendenza di Eivor a farsi gli affari propri, e dell'intuito di Cortes - nel non firmare la trascrizione frettolosa della poesia.]La notte non vuole venireperché tu non vengae io non possa andare.Ma io andròbenché un sole di scorpioni mi mangi la testa.Ma tu verraicon la lingua bruciata dalla pioggia di sale.Il giorno non vuole venireperché tu non vengae io non possa andare.Ma io andròportando ai rospi il mio garofano morsicato.Ma tu verrainelle cupe cloache dell’oscurità.Né la notte né il giorno non vogliono venireperché io muoia per tee tu per me.
Moloko preme il foglio contro la bocca, ha smesso di leggerlo con gli occhi, prova a respirargli addosso, pianissimo - forse per non disturbare Edwards, forse per altro - trascinando nei polmoni l'odore agrodolce dell'inchiostro che un pò la disgusta e un pò l'attrae. La nuca sudata imprime un'orma umida contro il cuscino, disperdendo i battiti del cuore. Gli occhi indolenziti naufragano contro il profilo di una candela accesa mentre vomita lingue di fumo, consumandosi mollemente in qualche bozzo di cera liquida. Le mani scivolano dalle tempie alla radice dei capelli, come il vento tra le nervature delle piante, strattonandola con brutalità distratta. Le gambe martellate dalle frustate dei muscoli, ribalteranno la 'leafer fino alla sala macchine per cercare di stordirsi, corteggiando fino alla nausea tutto il rum di Sundance.
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